Non si poteva chiamarla miseria. Perché la facciata della famiglia
Castelnuovo faceva pensare a quella di un palazzo continuamente ridipinto
all'esterno, sia pure con mezzi modesti. Ma lo sforzo di tenere in ordine la
facciata era pagato dall'interno del palazzo che era in uno stato non
disastroso ma al limite dell'accettabile: la famiglia — genitori e due figli —
viveva in due stanze che facevano parte dello studio di avvocato di Paolo, il
capofamiglia. Quando il più grande dei due figli, Alberto, iniziò gli studi
universitari, la convivenza in un piccolo stanzino con il fratello Giacomo
divenne impossibile. Paolo dormiva allora su di un divano letto della sala
d'attesa e studiava in un minuscolo locale attiguo allo studio in cui il padre
riceveva i clienti. Quindi, se non la miseria, l'indigenza c'era, ma era tenuta
accuratamente nascosta: era come se, all'apparire della luce del giorno, fosse
imprigionata nel letto che veniva chiuso e trasformato in un divano della sala
d'attesa, divenendo così invisibile agli occhi dei clienti che si sedevano
ignari di ciò che si nascondeva sotto di loro.
Le cause di quella situazione erano davvero quelle sempre ricordate da
Paolo Castelnuovo: la guerra, le leggi razziali che avevano spezzato per lungo
tempo la sua carriera professionale e non gli avevano più permesso di
riacquistare la clientela, altro che in piccola parte, e avevano distrutto il
passato benessere. Le cause erano certamente quelle, ma non aveva poi tutti i
torti sua moglie Anna quando, nei rari momenti di insofferenza che spezzavano
la pazienza sottomessa con cui accettava quella vita senza scosse ma priva
della luce di una speranza sia pur lontana di un miglioramento, rimproverava al
marito la sua mancanza di iniziativa. «I clienti bisogna cercarli, bisogna
darsi da fare, bisogna fare qualcosa. Non vedi mai nessuno, non frequenti
abbastanza il tuo ambiente!…», esclamava con la voce a tratti soffocata dai
sospiri, durante certe cene rese tristi da una lunga giornata trascorsa nel
silenzio del telefono e del campanello della porta. L'autodifesa di Paolo
Castelnuovo era tanto affannosa quanto sostanzialmente apatica, al punto da
mettere a dura prova la pazienza di Anna. Egli sosteneva di fare tutto il
possibile, ma non era vero. Il mondo era cambiato ed egli non sarebbe mai stato
capace di piegarsi alle nuove pratiche di promozione professionale
indispensabili per farsi strada: era perfettamente cosciente che la continuità
della sua attività professionale era stata spezzata in modo irreversibile. E la
laconica apatia con cui si difendeva era in parte dovuta al timore di apparire
come uno di quei personaggi grotteschi che, per giustificare i propri
insuccessi, avanzavano la battuta ormai umoristica: «A me, mi ha rovinato la
guerra…». Eppure, era proprio così, anche se il senso del ridicolo gli vietava
di dirlo: la guerra, le persecuzioni razziali avevano irremediabilmente
spezzato la vita lavorativa di Paolo Castelnuovo. E il peggio era che la sue
tendenze intellettuali, la sua passione per la filosofia, la cultura e la
letteratura ebraiche avevano trovato un nido inaspettato nelle lunghe ore di
inattività dovute all'insuccesso nella professione. Riempiva quelle ore
leggendo, studiando, scrivendo pagine e pagine, non chiedendosi se mai qualcuno
le avrebbe lette, né se sarebbero mai state pubblicate. Così, quando Anna
faceva le sue rimostranze, lui, dopo un pomeriggio trascorso nel modo in fondo
a lui più congeniale, con la mente ancora piena di ebbrezze intellettuali,
rispondeva in modo confuso e imbarazzato, fino al punto di simulare una falsa
tristezza. Avrebbe voluto parlare di quelle sue ebbrezze, dei pensieri attorno
a cui ruotava la sua mente, ma, di fronte alle difficoltà che rattristavano la
vita di tutta la famiglia, sarebbe stato osceno come esibire il piacere provato
fino a pochi istanti prima con un'amante segreta.
Era quasi la metà degli anni sessanta e Alberto aveva
vissuto senza troppe sofferenze, fino a quel momento, la malinconica situazione
della famiglia: la sua adolescenza era trascorsa in anni più duri e poveri per
tutti, in un periodo in cui una situazione come quella era forse più
accettabile, meno vergognosa. Ora, a diciannove anni, egli aveva intrapreso gli
studi di medicina con la fretta aggressiva di chi, pur comprendendo e
rispettando le difficoltà e le esigenze del padre, voleva uscire al più presto
dalla convivenza con i genitori, per costruire una vita autonoma. Ma per
Giacomo, che viveva nei suoi dodici anni il periodo del "miracolo
economico", le ristrettezze della famiglia, l'impossibilità di ricevere
amici, in quella casa strutturata in modo così assurdo, erano divenute vere
fonti di disagio se non di vergogna. Il paradosso era che lui, molto più di
Alberto e della madre, capiva la condizione psicologica e spirituale del padre.
Spesso Giacomo si insinuava nello studio del padre e ne spiava le letture,
sfogliando i libri dai titoli difficili o incomprensibili. Non arrivava fino al
punto di osare di gettare l'occhio sugli scritti e gli appunti che assumevano
per lui un vero carattere di sacralità. Il padre si era reso conto di questa
curiosità e aveva cominciato ad alimentarla fino a trasformarla in una vera e
propria complicità. Egli aveva iniziato a leggere a Giacomo alcuni Salmi,
attraendolo sopratutto con il fascino poetico di quei testi. Poi si era spinto
a leggergli dei brani dei Profeti e di qui era pian piano giunto a spiegargli
alcuni temi del pensiero e della filosofia ebraica. Talora questi discorsi si
sviluppavano nel corso di passeggiate fatte col pretesto di prender aria prima
di cena, quando Giacomo aveva finito di fare i compiti di scuola.
Questi discorsi, il contatto con gli studi e
l'attività quasi clandestina del padre erano così divenuti la via attraverso
cui Giacomo si era avvicinato all'ebraismo. Paolo non era un ebreo praticante:
una volta l'anno portava il figlio minore con sé al tempio, alla chiusura del
Kippur, e Giacomo aveva assaporato il fascino drammatico del momento in cui si
trovava racchiuso sotto il talleth
del padre, ma il sentimento di sublime elevazione che provava in quegli istanti
gli era sembrato come macchiato dal chiacchiericcio chiassoso e profanatore dei
fedeli. Ne aveva ricavato un'adesione ancora più forte alla natura laica
dell'ebraismo del padre. Tuttavia, per la sua anima palpitante e concreta di
adolescente, quest'ebraismo così intellettuale ed astratto, era tanto
affascinante quanto lontano, come una stella splendente. Così, la sua ebraicità
era nata fragile e profonda al tempo stessa, carica di idealità e di forza
spirituale quanto irreale e proiettata in modo incerto verso la sua futura
maturità.
La natura fragile, timida e inquieta dell'animo di
Giacomo, raddoppiava le attenzioni dei genitori per questo adolescente
costretto ad sopportare le conseguenze delle difficoltà della famiglia in
condizioni ben più complesse di quelle in cui si era trovato il fratello
maggiore. E queste attenzioni erano rese più vive ancora nel padre dalla
complicità che si era instaurata tra lui e il figlio. Un grande impegno veniva
posto nel vestire bene Giacomo, nell'offrirgli il massimo delle compensazioni
per le difficoltà in cui doveva affrontare la vita quotidiana. Si può ben dire
che il lato di Giacomo era quello in cui la facciata della famiglia veniva
ridipinta con la massima cura. Tuttavia, spesso questo impegno si indirizzava
più sul lato della formazione che non su quello dei piaceri: Giacomo seguiva
lezioni di inglese e di francese e anche di musica, studiava il violino. Non la
spensieratezza quindi ma ancora più cultura ed intellettualità era ciò che
veniva offerto a Giacomo come aiuto e compensazione, e ciò sviluppava ancor di
più in una direzione astratta e introversa la sua sensibilità già protesa
all'irreale e al fantastico. La preparazione della barmizvah fu contrassegnata da questa tendenza: tanto Giacomo era
sensibile ai contenuti di ciò che studiava per prepararsi all'esame, quanto
provava difficile immedesimarsi nel carattere rituale, concreto, materiale
della cerimonia che era chiamato a svolgere.
L'estate era il periodo più difficile per la famiglia
Castelnuovo. I mezzi ristretti, in gran parte consumati per tenere in ordine la
facciata, non consentivano delle vacanze degne di queste nome. Le
preoccupazioni si appuntavano tutte su Giacomo e i genitori facevano ogni
sforzo per non fargli trascorrere tutta l'estate in città e in solitudine. Il
1965 fu un anno particolarmente difficile dal punto di vista economico: si
decise che i mezzi non consentivano altro che di pensare al figlio minore.
Mentre i genitori restavano in città e Alberto impiegava per un breve viaggio i
pochi denari accumulati dando lezioni private, Giacomo fu inviato in un
Istituto per ragazzi che era stato consigliato da alcuni amici, qualcosa di
meglio di una colonia marina o di un campeggio: ancora una volta per tenere in
ordine la facciata, nel miglior modo possibile.
Giacomo non ebbe il coraggio di confessare quanto
quella soluzione turbasse la sua anima timida e ritrosa. I giorni che
precedettero la partenza trascorsero per lui nell'attesa spasmodica e silenziosa
di quella indesiderata esperienza. Il primo impatto con il nuovo ambiente
confermò le sue diffidenze. Non lo turbava soltanto la perdita delle quiete
abitudini familiari, quell'improvviso tuffarsi in un ambiente tumultuoso di
adolescenti chiassosi che rendeva difficile preservare una sfera di intimità e
di segreto. E neppure il fatto che l'ambiente del collegio si era rivelato più
impregnato di cattolicesimo del previsto, il che accresceva il senso di
estraneità e lo strappo violento con la sfera dei pensieri del padre. Il
conflitto fra la sua rarefatta coscienza ebraica e l'ambiente che lo circondava
prese forma per una via quasi inaspettata: quella dell'impossibilità per la sua
mente precocemente e immaturamente intrisa di intellettualismo, di immergersi
senza reticenze nella carnalità dell'ambiente in cui era stato gettato. Non si
poteva davvero dire che Giacomo non fosse capace di partecipare con slancio e
allegria talora sfrenata ai giochi ed agli scherzi dei compagni. Ma era come se
dentro di lui vi fosse un piccolo nucleo chiuso e impenetrabile, un piccolo
nucleo di segreti pensieri che talora trasmutavano la sua allegria in un
atteggiamento meditativo e astratto che lo isolava di colpo dall'ambiente
esterno.
L'esasperato intellettualismo del padre di Giacomo
faceva talvolta sì che, nonostante la dolcezza del suo carattere, egli cadesse
in forme di severità che ricordavano, sia pur pallidamente, la mentalità del
padre di Mozart. Egli aveva insistito perché Giacomo non interrompesse il filo
di alcuni aspetti della sua formazione. In particolare, gli sembrava
inaccettabile che il figlio interrompesse per ben un mese gli studi musicali,
perdendo così le acquisizioni tecniche che aveva fatto sul suo strumento.
Giacomo aveva così dovuto portare con sé il suo violino e il padre aveva
ottenuto dalla direzione dell'Istituto che egli studiasse lo strumento per
un'ora al giorno nel primo pomeriggio, in uno stanzino che gli veniva messo a
disposizione.
La prima volta che Giacomo si chiuse là dentro esitò
a lungo prima di cominciare, dilungandosi nei preparativi. Dopo lunghi minuti
di esitazione quasi tremante, quando ogni pretesto era ormai consumato e ogni
dilazione era ingiustificata, egli poggiò l'archetto sulle corde e sentì uscire
il suono penetrante dello strumento come un urlo fortissimo, incontrollabile,
insopportabilmente indiscreto. Quell'urlo usciva dallo stanzino e denunciava
Giacomo, era come se lo mettesse a nudo di fronte a tutti. Non era soltanto per
il senso di vergogna, per il timore di essere deriso dai compagni, lui, l'unico
là dentro che si distingueva dagli altri per un'attività così singolare. No, la
voce del violino gli sembrava fosse la sua voce che, altissima e impudica,
svelava i recessi più segreti del suo animo, gli aspetti più nascosti della sua
vita. Il violino, quello strumento dalla voce malinconica e insinuante, quella
voce, la sua voce diceva tutto il senso del suo essere diverso dai compagni là
fuori. Suo padre gli aveva fatto leggere il Giobbe
di Joseph Roth e di colpo egli ricordava il piccolo Menuchim e il suo violino,
di colpo si rendeva conto del significato di questo strumento che, piccolo,
trasportabile anche dentro un sacco sulle spalle, aveva accompagnato tanti
ebrei erranti per il mondo, aveva dato voce al loro animo, alle loro
sofferenze, alle loro solitudini. Come il piccolo Menuchim, il suo violino era
la sua voce, ma quella voce egli voleva che non si sentisse, che non mettesse
tutto a nudo impietosamente di fronte all'insensibilità degli altri, alla loro
impossibilità di capire. E invece urlava incontenibile. E diceva tutto: la
storia della sua famiglia, denudava quella miseria così accuratamente e
dignitosamente celata, le ragioni incomprensibili quasi per chiunque di quella
miseria, stracciava il velo che copriva la discreta e dolorosa sopportazione di
sua madre, raccontava i pensieri di suo padre e sopratutto parlava di lui,
Giacomo, della via tortuosa e difficile su cui l'intellettualità ebraica del
padre l'aveva avviato verso il rapporto col mondo. Una sfera etica e morale
forse troppo difficile e complessa per la mente adolescente di Giacomo ma che
al contempo lo affascinava irresistibilmente, tanto da rendere sopportabile il
continuo incespicare sul difficile cammino. Tutto questo egli avrebbe voluto
tenerlo per sé, e invece gli sembrava che il suo violino lo gridasse, lo
svelasse a tutti, anche a chi non poteva capire.
E alla fine, quel suono si ricomponeva intorno a lui
come una sfera di cristallo che rendeva per la prima volta concreta e materiale
la sua separatezza, la sua diversità. Una diversità che con quell'atto era
diventata un elemento reale della sua vita e non più un'ipotesi temuta. Dal
mondo misterioso e inafferrabile dei pensieri di suo padre era scaturita una
separatezza concreta tra lui e gli altri di cui riusciva a capire finalmente il
senso perché la viveva come un tumulto interiore del suo animo, come una sua
esperienza. Lui era divenuto un Menuchim vero, un giovane ebreo in carne ossa
che, uscito dalle pagine del libro, riprendeva il canto ininterrotto di
sofferenze e solitudini del suo popolo.
I giorni di quel lungo Agosto furono tutti
contrassegnati da questa nuova sensazione che l'ora di musica alimentava
continuamente. Giacomo si sottraeva forse di meno che nei primi giorni ai
giochi con i compagni, perché era nato in lui un sentimento di forza interiore
che aveva avvolto di solidi sostegni il nucleo più segreto della sua anima
timida e ritrosa.
Fu forse quel senso di crescente e orgogliosa
diversità che spinse Giacomo a un gesto che, per quanto fosse forse inevitabile
e in sé non molto significativo, rimase nella sua memoria come un passaggio
cruciale della sua vita interiore.
Era il giorno di Ferragosto e la grande sala della
mensa era affollata di circa trecento ragazzi urlanti che accoglievano con
un'allegria più intensa del solito il pranzo un pò speciale che veniva servito
per il giorno di festa. Fin dalla mattina, si era diffusa la voce che sarebbe
venuto in visita il vescovo della vicina città per impartire la benedizione ai
piccoli ospiti. Giacomo non sapeva di cosa si trattasse esattamente e aspettava
con un misto di impazienza e preoccupazione questo evento, non osando chiedere
dettagli ai suoi compagni. Avvenne tutto di colpo. Alla fine del pranzo, la
direttrice entrò nella sala imponendo il silenzio non senza fatica alla
marmaglia urlante: la seguiva il vescovo, un pò curvo ma alto e imponente anche
per i vestiti variopinti che stagliavano la sua figura sul fondo della sala.
Non ci fu bisogno di molte spiegazioni: ognuno sapeva quel che doveva fare,
proprio quel che Giacomo non sapeva e avrebbe voluto sapere. All'improvviso
tutta la sala si abbassò di colpo: trecento ragazzi erano in ginocchio con il
capo chino, in un irreale e incredibile silenzio, in attesa del gesto che il
braccio già levato si apprestava a compiere. Fu un tempo lunghissimo per
Giacomo che, trovandosi al centro della sala, non poteva fuggire né sottrarsi.
Di colpo sentì scendere la sua anima e la sua mente tutti nelle ginocchia, in
quel punto del suo corpo che era divenuto il centro della decisione che avrebbe
dovuto prendere in un solo istante. La prima metà di quell'istante fu occupata
dal desiderio di sopprimere le proprie ginocchia e annullarsi nel basso, sul
pavimento, appiattirsi, sparire. Nella seconda metà egli sentì le ginocchia
irrigidirsi come dominate da una forza incontenibile che quasi gli era
estranea, che osservava con stupore. E restò in piedi, mentre la voce stentorea
pronunziava la benedizione nel silenzio assoluto. Lui da solo in piedi e sotto
di lui un mare di teste ribelli improvvisamente divenute docili, lui da solo in
piedi galleggiava su quel mare di teste e si sentiva più alto, altissimo,
insopportabilmente visibile. Erano lui e il vescovo, l'uno di fronte all'altro
soli, e lui non era più il basso.
Poi lentamente la superficie quieta si agitò di
flutti di capelli e, salendo, lo sommerse e lo racchiuse dentro di se. Ma non
poteva più riassorbirlo: perché il senso di violenta solitudine e separatezza
vissuto in quell'istante era ormai divenuto un elemento stabile della sua
coscienza.
Ó
Giorgio Israel